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Franco Stefanini

 

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  • Franco Stefanini

Rischio clinico: che cos'è?



Rischio clinico: “Repetita Iuvant”.

Al pari o forse più di altri sistemi, quello sanitario è uno scenario complesso: prevenzione, cura, riabilitazione (e un occhio al bilancio) attraverso il lavoro di una moltitudine di persone, professionisti diversi con ruoli e responsabilità diverse, ma tutti volti al bisogno della persona, alla salute del paziente. Almeno in un mondo ideale…

Il tema della sicurezza dei pazienti è, da anni, un punto cruciale nelle politiche governative. Il motivo?

In teoria sta tutto nell’articolo 32 della Costituzione Italiana che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività…”.

Eppure, oltre all'articolo 32, c'è da dire che un evento avverso su un paziente comporta ripercussioni tanto negli aspetti sanitari che in quelli economici della struttura ospedaliera e, di conseguenza, del sistema sanitario nazionale, e l’ottimizzazione (o mera riduzione?) dei costi in ambito sanitario ricopre un ruolo centrale in ogni programma politico.

Le ricette propinateci sono state diverse, ma la parola d’ordine solo una: risparmio.

Qualunque sia il motivo per stare attenti è necessario lavorare, e molto, per ridurre tutte le cause che concorrono alla formazione di un rischio clinico. Il rischio clinico, definito dallo statunitense “Institute of medicine”, è la probabilità che un paziente sia vittima di un evento avverso, cioè subisca un qualsiasi danno o disagio imputabile, anche se in modo involontario, alle cure mediche prestate durante il periodo di degenza, e che sia causa di un prolungamento di tale periodo, di un peggioramento delle condizioni di salute o della morte.

In Italia le prime prese di posizione risalgono ai primi anni duemila. 2003: viene istituito dal Ministero della Salute una Commissione tecnica sul rischio clinico, che rilascia nel 2004 il documento “Risk management in sanità. Il problema degli errori”.

Tra i punti cardine dello studio si evidenziano l’importanza di una corretta raccolta e diffusione dei dati, la necessità di elaborare una corretta strategia di individuazione e diffusione degli errori, il valore dell’adozione ed esecuzione delle pratiche dettate da corrette linee guida. In parole povere, si rese necessaria l’adozione di un comune modello organizzativo per la gestione del rischio clinico.

Da quel 2003 sono passati tredici anni, eppure i problemi sono ancora gli stessi: l’errore è, nell’80% dei casi, causato da problemi di organizzazione.

Come dire: se il rischio clinico esiste, non è tutta e non è sempre solo colpa del fattore umano… Ecco perché si parla di insufficienza (o errore) attiva, ovvero ben identificabile nel verificarsi dell’evento avverso, e insufficienza latente, dove una carenza organizzativo-gestionale genera le condizioni favorevoli al verificarsi di un errore attivo.

Non parliamo solo di diagnosi e terapia sbagliate, dunque, ma anche:

  • di mancanza di procedure;

  • di mancanza di rispetto delle procedure;

  • di problemi di comunicazione;

  • di incidenti indipendenti dalla professionalità dell’operatore sanitario come, ad esempio, il funzionamento non corretto dei macchinari a causa di una manutenzione scarsa dei sistemi;

  • della tendenza a nascondere gli errori invece di evidenziarli, per ridurli.

Non sempre l’errore porta danno al paziente, spesso viene “corretto in tempo”… eppure, ancor oggi, l’errore è visto in quanto tale e non come fonte di apprendimento. Anzi, l’omertà è un male non ancora sconfitto, un rifugio per alcuni - parliamo di dolo e malpractice - e una condanna per altri, tutti quelli che si ritrovano nel dubbio tra “parlare” (e rischiare di rimanere schiacciati dal sistema) o non farlo.

Oltre a questo: sovraffollamento degli ospedali, liste di attesa interminabili, orari di lavoro impossibili… e il profitto come un traguardo da raggiungere.

Certo, noi di Risarcimenti medici sappiamo bene che il nostro sistema sanitario è fatto anche di eccellenze, di chi fa bene, veramente bene, il proprio mestiere… eppure ancora troppi, veramente troppi, sono i casi di dolo che vengono denunciati, troppi i pazienti che dal “rischio” passano direttamente al “danno”… e il risarcimento eventualmente ricevuto è solo un palliativo del danno subito. E le analisi, le statistiche, tutte le parole dette e scritte una quindicina di anni fa, sono troppo simili a quelle scritte e raccontate ai giorni nostri.

Ok, parlare fa bene, e repetita iuvant… ma oltre alle “parole” attendiamo maggiori “fatti”.

http://www.salute.gov.it/imgs/c_17pubblicazioni_583_allegato.pdf [http://www.agenas.it/aree-tematiche/qualita/rischio-clinico-e-sicurezza-del-paziente] [http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo\_id=27640] [http://www.treccani.it/enciclopedia/sicurezza-dei-pazienti-e-rischio-clinico-in-sanita\_(XXI-Secolo)/] [http://www.federsanita.it/html/notizie/it/Federsanita\_ANCI\_incontra\_la\_Federation\_Hospitaliere\_de\_France.asp] [http://www.anmdo.org/informazioni-scientifiche/rischio-clinico/]

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