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  • Franco Stefanini

L'analfabetismo sanitario e quel muro di parole tra medici e pazienti



“Nothing in the world is more dangerous than sincere ignorance”.

"Niente al mondo è peggio della sincera ignoranza”.

Lo diceva Martin Luther King nel 1963.

Era vero ai suoi tempi. È altrettanto vero oggi.

E l'aggettivo “sincera” deve farci riflettere.

Già, perché l'ignoranza ha forme molto diverse.

C'è la cieca ostinazione di chi alla complessità del reale preferisce la banalità degli stereotipi, per chiusura mentale, ataviche paure o magari per un tornaconto.

Poi c'è la condizione di chi, per oggettiva mancanza di risorse o strumenti culturali, non ha la possibilità di decifrare un certo messaggio. Entrambe sono pericolose. Però, se la prima ha come unici antidoti l'ironia e il coraggio, la seconda chiederebbe invece una comunicazione attenta e inclusiva. Ma è pura utopia.

Da decenni, la health literacy, cioè l'alfabetizzazione sanitaria, ha attirato l'attenzione degli studiosi.

Numerosi studi confermano che essa è strettamente collegata con le condizioni di salute dei pazienti. Il perché è abbastanza intuitivo.

Se una persona non è in grado di spiegarsi e di comprendere le informazioni ricevute, è molto più facile che commetta errori e abbia comportamenti a rischio.

Secondo una ricerca statunitense, l'analfabetismo sanitario sarebbe diffusissimo tra gli americani: colpirebbe quasi la metà della popolazione, causando esiti clinici negativi per milioni di pazienti e un carico economico di 75 miliardi di dollari.

In Italia, stando alle ricerche, la situazione sarebbe altrettanto grave, con il 55% della popolazione in condizioni di alfabetizzazione sanitaria inadeguata.

La classe medica è consapevole di questo ostacolo?

Cerca di abbatterlo o implicitamente lo alimenta?

Per rispondere non è necessario essere dei sociologi: basta un po' di esperienza personale.

Basta aver frequentato lo studio di qualche specialista o aver messo piede in un reparto d'ospedale. Ogni scienza ha la sua terminologia specifica: questo è ovvio.

Però, a differenza di un astrofisico o di un dottorando in chimica molecolare, il medico deve parlare a tutti. Non solo ai colleghi e a una ristretta platea di specialisti.

Spesso, la sensazione è quella di medici che non si rivolgono ai pazienti, ma a se stessi, in una lingua autoreferenziale. Una specie di torre d'avorio, accessibile a pochi eletti.

Si potrebbe obiettare che il problema è soggettivo, perché in realtà ci sono anche medici molto sensibili e attenti a una comunicazione efficace.

Verissimo.

Di sicuro, però, al di là del singolo, c'è una disfunzione nell'intero sistema. Modulistica, indicazioni negli ospedali, ricette mediche, posologie dei farmaci: tutti questi aspetti presuppongono un'elevata (quanto irreale) alfabetizzazione sanitaria da parte dei pazienti.

Vengono in mente le vecchie barzellette sui contadini che vanno dal dottore.

Purtroppo, però, dati alla mano, non c'è nulla da ridere.

Fonti:

Il Sole 24 ore: “Morire di ignoranza”

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-03-17/morire-ignoranza-185024.shtml?uuid=AEnJqng&cmpid=nl_domenica&refresh_ce=1

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