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Errori diagnostici: se ne parla poco, ma i danni sono gravi



Quando si sente parlare di errore medico di solito si pensa, istintivamente, a una sala operatoria. Tutti abbiamo letto almeno un caso di cronaca con chirurghi sotto processo per aver creato gravi lesioni al paziente durante l'intervento. O magari ci ricordiamo di sbagli (spesso letali) legati all'anestesia o alla somministrazione di farmaci. Quando vengono a galla (e purtroppo i nostri ospedali non ne sono affatto immuni) gli episodi di questo tipo creano una forte onda d'urto: i giornali ne parlano, qualche politico s'indigna, da più parti si punta il dito contro questo o quel reparto.

Esistono errori di cui ci si occupa molto meno, anche se fanno gravi danni:

sono gli errori diagnostici, cioè quelli che non riguardano il trattamento della patologia, ma la sua individuazione.

In questi casi il problema è a monte, all'origine del delicato processo che dovrebbe condurre alla cura. Spesso, purtroppo, le conseguenze si delineano solo dopo molto tempo.

Gli errori diagnostici possono avere forme diverse: a volte la malattia non viene individuata o viene scambiata per qualcos'altro. Ci sono anche i casi in cui la diagnosi è corretta, ma arriva troppo tardi. Già, la variabile tempo gioca un ruolo determinante. Trovare prove inoppugnabili per errori di questo tipo non è semplice (specialmente se c'è chi ha tutto l'interesse a confondere le acque). Ci si muove su un terreno scivoloso, con pochi appigli. Un dato, comunque, è sicuro: gli errori diagnostici sono abbastanza comuni. Secondo una ricerca statunitense, sono addirittura più frequenti e dannosi di quelli terapeutici.

Un gruppo di studiosi della Johns Hopkins University di Baltimora (Maryland) ha passato al setaccio 350.706 casi di reclami schedati nella National Practicioner Bank, un'enorme banca dati che raccoglie gli eventi avversi legati alla sanità Usa.

Il periodo considerato va dal 1986 al 2010. In questo arco di tempo, il 28,6% dei reclami è legato a errori nella diagnosi. La ricerca mette in luce il peso delle conseguenze, che vanno dal mancato trattamento alla cura non tempestiva. Tutto questo può portare alla morte del paziente o a gravi e permanenti invalidità. Secondo lo studio, i pazienti ambulatoriali hanno maggiori probabilità di incappare in errori diagnostici rispetto a quelli ospedalizzati (68,8% contro 21,2%). Nei nosocomi, però, aumenta la possibilità di esiti fortemente negativi legati a diagnosi scorrette.

Va osservato che, per ammissione degli stessi studiosi, la ricerca ha rilevato solo le situazioni più gravi, proprio perché quelle dall'impatto meno eclatante tendono a sfuggire. Non a caso, il gruppo di Baltimora conclude con una stima sconcertante: nelle visite mediche (ambulatoriali e ospedaliere) la frequenza media di errori diagnostici sarebbe intorno al 15%.

Fonti

Bmj Journals: “25-Year summary of US malpractice claims for diagnostic errors 1986–2010: an analysis from the National Practitioner Data Bank” http://qualitysafety.bmj.com/content/22/8/672

Ordine dei medici (provincia di Latina). “Errori diagnostici: più frequenti e comuni di quelli terapeutici”. http://www.ordinemedicilatina.it/errori-diagnostici-piu-frequenti-e-dannosi-di-quelli-terapeutici/

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