Il blog di

Franco Stefanini

 

per una salute più CONSAPEVOLE

e una sanità più efficiente

e più sicura

  • Franco Stefanini

Capitolo 2: Ascoltami, Ulisso



Ascoltami, Ulisso

(Firenze, 9 Settembre, mercoledì)

Goffredo Gotta è un agricoltore di sessantasette anni, di San Casciano. Un omaccione dalla pelle crepata come una corteccia. Sembra un olivo. Lo diresti nato da un seme, germinato nella terra chiara della val di Pesa, senza genitori. Figlio di una pianta secolare.

Tre mesi fa si è sottoposto a un intervento su un bypass, dopo un’ischemia. Un intervento di routine, dicono loro. Il fatto è che questi qui ci si abituano un po’ troppo. Non è una bella parola da usare, “routine”, quando si parla d’operazioni chirurgiche. Ognuna è diversa. Ogni persona ha le sue delicatezze, i suoi acciacchi, la sua storia. Biologica, clinica, umana. Ogni volta bisogna stare attenti. Non è mica una catena di montaggio, dico io.

Goffredo, nella sua vita agreste, aveva già avuto un paio d’infarti. Questo prima dell’ischemia. Lui dice che c’è portato, come se fosse un dono, che ne so. Mi fa quasi rabbrividire quest’espressione, quando ci penso, se non mi divertisse il modo con cui lo dice, stirando la sua bocca bastarda, da toscanaccio qual è che se ne frega di tutto.

Il fatto è che dopo l’ultimo intervento, Goffredo s’è svegliato al buio. Cieco, a tutti e due gli occhi. Ostruzione d’entrambe le arterie oftalmiche.

Per questo non c’era mica portato, dico io.

La sua vita è cambiata. Tanto quanto se n’è sempre fregato del suo cuore e degli infarti, ora si affligge per il suo stato.

Povero Goffredo. È stato lui a venire da noi. O meglio, ha chiesto alla figlia Rosanna di portarlo da qualcuno che “ci capisce”, perché la cosa non gli va giù. Non si dà pace. Forse spera che noi si possa fare ancora qualcosa. Ce l’ha detto, chiaro e tondo. E giù bestemmie. Tutte allegre, dette con gioia; figuriamoci. Ma la sostanza non cambia.

Quando non piange, Goffredo è incazzato nero. Piange e s’incazza. È tutta qui la sua vita, ormai.

Lo sa benissimo che io non potrò mai ridargli la vista. Gliel’abbiamo detto e ridetto, abbiamo dovuto, perché lui insisteva. Ma fa finta di non sentirci.

Poi, però, alla fine mi ha detto: – Ascoltami Ulisso (così mi chiama: Ulisso, con la –o), qualcosa potrai fare, no?

Il problema è che la sua cartella non arriva. L’abbiamo richiesta più e più volte. Indietro abbiamo avuto sempre e soltanto silenzi, discorsi a vanvera, puttanate su puttanate. Rimpalli a catena. Arrampicate su specchi più alti del K2.

Moreni sospetta qualche errore nei paraggi dell’anestesia. È abbastanza convinto. E io, quando lo vedo così convinto, mi convinco anch’io.

Goffredo, da cieco, è commovente. Va ancora in campagna da solo, ma non può più fare nulla. Ci va come se andasse al cimitero, in visita ai parenti. Ma i defunti per lui sono le sue piante, che non può più vedere. Non vuole nemmeno il bastone. Inciampa nella terra con le braccia distese in avanti, cerca i suoi tronchi, tocca le foglie, piange, e dice: – Le mi’ pere! I mi’ olivi! Le mi’ foglioline! Le mi’ figliole! Il mi’ povero campo che ‘un mi vede più!

Quasi come se fossero loro, le piante, e i campi, ad aver subito un danno, e non lui.

L’azienda, meno male, va avanti. Ci lavorano tutti: moglie, figli, le mogli dei figli, i nipoti. Ma lui non può più fare nulla.

Non ci vede.

E a questo punto non ci vedo più nemmeno io. Dalla rabbia e dall’incazzatura. Voglio risolvere questa questione. Goffredo mi sta a cuore. Mi sta simpatico. Si merita una risposta.

L’URP stamani è aperto. Decido di andarci direttamente io, e di farmi dare la cartella. Resterò lì finché non ce l’avrò in mano.

Alla reception si comincia subito con il classico bla bla bla. Mi sa che la signora non mi sta ascoltando. Non so che cosa abbia capito. Le spiego di nuovo tutto quanto, mentre lei continua ancora col suo stramaledetto e flemmatico bla bla bla.

Quando capisce chi sono e cosa voglio mi mette in attesa.

– Aspetti lì.

Non ho ancora deciso se è una scema totale, e quindi non ha capito nulla di quel che le ho detto, e mi tiene qui in stand by sperando che io sparisca da me, o se invece è una finta scema, e fa la furba, prendendo tempo, cercando di acciuffare dentro la sua testa spelacchiata una scusa qualsiasi.

Mi siedo, davanti alla porta. Mi passano tutti avanti. Il mio turno non viene mai. E fa caldo.

Accanto a me c’è una donna. Vestitino corto bianco. Calze color carne. Niente trucco. Scarpe basse. Niente anelli, né orecchini, né bracciali. Smalto nero, unghie corte corte.

Sembra agitata.

Le sorrido. Lei si volta dall’altra parte.

Tocca a lei.

Poi tocca a me. Lo decido io. Chiedo scusa ed entro di nuovo.

– Non so che dirle. Provi a telefonare.

Allora mi viene voglia di spaccare tutto. Far volare i fogli, lanciare il monitor contro la finestra e saltare al collo di questa stronza che non mi guarda nemmeno.

Mi suona il telefono.

È Elena.

Esco, senza dire nulla alla signora e, nel frattempo, mentre parlo, esco proprio dall’ufficio, per strada.

– Ulisse dove sei?

– All’URP.

– Vieni, la cartella è arrivata. Tra un’ora facciamo il punto della situazione.

– Goffredo?

– Sì, Goffredo.

– L’hai vista?

– Sì. È arrivato anche il consenso informato. Il Moreni ha già dato un’occhiata.

– Allora?

– Allora questa volta si fa presto. Questa volta si sono fatti male da soli. La cartella è un gran casino. E nel consenso informato c’è un’aggiunta a mano. Diranno che quando il paziente ha firmato c’era già. Ma non reggerà. Ci sono gli estremi per procedere.

Attacco.

L’avevano già mandata.

E mi ha detto di telefonare!

Se non fossi io, giuro che tornerei lì dentro di corsa e farei un casino della Madonna. Ma sono io. E l’unica cosa che conta, ora, è che i documenti sono arrivati. E che si possa procedere.

Prima di andare in ufficio, mi prendo un caffè.

M’infilo in un bar vicino all’URP. Non ci sono mai stato. Dentro non c’è nessuno.

È piccolino, dipinto di bianco e azzurro. Tutto un po’ vecchio, e anche sudicio. Non mi dispiace affatto. E soprattutto non mi dispiace per niente la barista.

– Me lo fai un caffettino?

Avrà ventitré o ventiquattro anni. 25 al massimo. Due belle tettine rotonde sotto la maglia a righe, da marinaio. Bei riccioli, decisi, accecanti.

Quando arriva da me col caffè, inciampa, chissà come, e me lo rovescia caldo caldo sulle mani.

– Scusami, scusami.

Sembra veramente dispiaciuta. Anche troppo, dico io.

– Niente, figurati.

Prendo un tovagliolo e l’aiuto a pulire; non chiedo di meglio. Che fai tutto te, bellezza?, le chiedo dentro di me, mentre inzuppo il tovagliolino nel caffè sul bancone. Mi metti subito sotto il naso una scusa buona per attaccare bottone? Ci metto un attimo io ...

Me ne fa un altro. Vuole o non vuole? L’avrà fatto apposta? Qualcosa mi sfugge. Non riesco bene a decifrarla. Non la inquadro.

Torna da me, tenendo il piattino con le due mani.

– Ora attenzione, mi raccomando.

Lei mi sorride. E lo posa piano, con cerimonia. Che fa, sta giocando? Io osservo tutto il suo movimento accorto e premuroso e poi, quando piattino e tazzina atterrano indenni sul piano, le faccio:

– Perfetto, signorina, lei è promossa al rango di portatrice ufficiale di caffè in tazza per sua maestà!

Che cosa ho detto? Non me lo ricordo più nemmeno io. Una cazzata di quelle da girare il culo all’istante e scappare, mi sa.

Ma lei, per fortuna, non alimenta questa mia stronzata, e mi fa solo un altro sorriso, a metà tra il soddisfatto e lo sbrigativo.

Poi tira fuori il telefono e si mette a smanettare appoggiandosi al banco di schiena.

Bevo il caffè lentamente, poi resto lì. Mi devo inventare qualcos’altro. Che le dico? Le chiedo a chi scrive? No, diamine. Non sono cazzi miei. E poi ho già sprecato la prima battuta. E dai, mi dico, non hai nulla nel repertorio? Sei a secco di cazzate? Le chiedo se studia? No, no. Perché? Da cosa lo vedo? Vuol dire che fa male il suo lavoro? Sarebbe come dirle: anche se il caffè lo fai da schifo, forse saprai fare bene qualcos’altro... Beh, sì, più o meno vorrei dirle proprio così, perché questo caffè fa veramente cacare. E a me interesserebbe proprio il qualcos’altro che sa fare meglio.

Ma il caffè può essere comunque un aggancio. È il nostro unico punto di contatto, fino a ora. Un altro sorsino, tanto per sostenere la sceneggiata.

– Uhm, buono, brava.

– C’è di meglio, lascia stare; mi fa lei, ancora al telefono.

– Non ne dubito.

A quel punto entra una coppia e si siede a un tavolo. La mia bella cameriera ripone l’aggeggio in tasca e va da loro, per le ordinazioni.

Lo sento subito: sono dei caccosi.

In questo cosa c’è?, in quest’altro cosa non c’è? Io vorrei un cornetto col miele di soia e bambù, il decaffeinato strinto, macchiato freddo, al vetro per la signora, e un succo biologico alla buccia di melagrana, bio, mi raccomando...

Mi alzo.

Stamani ho già preso due buche, una dopo l’altra. Che palle. Meno male che la prima, poi, s’è risolta.

Prima di uscire mi fermo un attimo, in piedi, come un baccalà, in mezzo al locale, e faccio un sorriso splendente verso di lei, che forse non rivedrò mai più e non so nemmeno come si chiama.

Mi racconto che le sto dando un’ultima chance.

Sono qui, se vuoi lasciarmi il numero, non hai che da scriverlo su un tovagliolino, le dico con la sola imposizione del pensiero.

Ma lei non mi guarda già più. Sta preparando il vassoio. Sembra concentrata sui cornetti.

Peccato, dico io.

Avremmo fatto scintille.

Il brano è tratto da "Niente di Meno", Franco Stefanini, Roberta G. Amidani (2016)


GLI ULTIMI ARTICOLI DEL BLOG

RISARCIMENTI MEDICI

sempre al tuo fianco

Coroca Group srl 

P.IVA 02077690978

Viale della Repubblica, 193 - 59100 PRATO (PO)

NUMERO VERDE GRATUITO 800-912453

mart, merc, gio 15:00 - 18:00

I NOSTRI AMBULATORI:

* TORINO      * MILANO

* GENOVA     * ROMA​