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Franco Stefanini

 

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  • Franco Stefanini

Quando il dolore si trasforma in rabbia



Siamo all’Isola D’Elba.

La madre di M. lavora ancora, paga le tasse e ha una vita sociale molto ricca; è anziana ma, come si dice, decisamente arzilla. Entra in ospedale per una cosiddetta questione di routine, una cosa banale, a sentire i medici: un’infiammazione al colon. Al figlio e alla di lui moglie che la accompagnano dicono subito di stare tranquilli. Nessuno dei due però può permetterselo: la situazione di routine, infatti, si trasforma in tragedia. Quindici giorni di ritardo diagnostico su un diverticolo portano a una perforazione la quale conduce poi la signora in setticemia. M. e sua moglie M.P. si accorgono presto che qualcosa non va.

M. non resta con le mani in mano, comincia a chiedere e via via che la preoccupazione cresce, insiste e vuole parlare con i medici che continuano a rassicurarlo.

I dottori minimizzano. Forse gli dicono anche di non esagerare. Un giorno, la madre di M. ha bisogno di assistenza perché preda di uno scompenso cardiaco.

M. suona, cerca aiuto, chiama gli infermieri: non arriva nessuno ma M. non si dà per vinto: cerca il primario, trova il suo ufficio, bussa ed entra. Il primario lo caccia.

«Cosa fa lei qui? Come si permette?» «Sono preoccupato» - dice M. e spiega il perché della sua agitazione (dovuta, alla luce dei fatti) ma il primario non dà spazio e lo liquida. In malo modo.

Giorno dopo giorno, le informazioni che arrivano a M. sono discordanti: un medico dice una cosa, l’altro la nega. M. non sa più cosa credere, né a chi, ma intuisce il pericolo.

La struttura non è in grado di seguire sua madre, non ha i mezzi, né la capacità per intervenire. Serve una sala di terapia intensiva che lì non c’è. Chiede al primario di trasferirla ma la signora viene solo spostata in una saletta. Le viene somministrato ossigeno. «Lasciatemela portare via» - supplica M. Non glielo permettono: devono “gestirla” loro, gli dicono. «Siamo meglio noi di quelli dell’ospedale di L.»

Ma non è solo questione di infrastrutture, quanto anche di procedure: invece di evitare alla signora certi cibi nocivi alla condizione in cui si trova, come la cioccolata, gliene danno. “Per tenerla su” - dicono.

Quando la situazione della madre di M. si aggrava, il personale medico alza le mani. La madre di M. viene trasferita in un altro ospedale, fuori dall’Isola, ma è tardi. La setticemia è in uno stato avanzato e conduce in breve la signora a scompensi cardiaci. La madre di M. non ce la fa. La famiglia la piange, soffre la perdita, si stringe nel lutto.

Passano i mesi. Il dolore di M. si trasforma in rabbia ma non per la perdita, che prima o poi tocca tutti, quanto per l’assurdità cui ha assistito. Le parole dei medici, le rassicurazioni, l’abisso tra quello che M. ha visto e quello che ha sentito, lo portano a provare una rabbia cupa, giustificata e che merita giustizia.

Cerca aiuto. Non sa da dove cominciare, né come procedere. Ha paura che sia tutto inutile, che “mettersi contro il sistema” sia una strada a senso unico. Quando ne parla con amici e conoscenti, i più cercano di dissuaderlo. “Non vincerai mai”. “Gli avvocati sono tutti sciacalli. Vedrai che ti spennano”. “Butti i tuoi soldi. Contro quell’ospedale perdono tutti.” “Ti costerà caro”. “Contro la casta dei medici non si può vincere”.

M. non si dà pace, va su internet e trova Franco Stefanini. Gli scrive, si parlano e si incontrano. M. racconta la storia di sua madre. Stefanini lo aiuta a raccogliere i documenti, a produrre le prove. Franco spiega come lavora, racconta a M. che la sua società è composta da uno staff di medici legali, medici specialistici e avvocati. «Molti, non uno o due.» - dice Franco «Questo ci permette di avere i pareri giusti, puntuali, di raccogliere le prove che ci servono.» Circa i costi, Stefanini spiega da subito che se sceglierà di seguire il caso di M. non ci sarà alcun anticipo. Coroca, la società del marchio risarcimentimedici.it, anticipa i costi di tasca propria e trattiene il 20% del risarcimento ottenuto, solo dopo la liquidazione del danno. M. firma il mandato. Stefanini prende l’incarico e inizia ad approfondire il caso.

Passano i mesi. M. vede riconosciuti i suoi sospetti: l’ospedale paga, senza andare in causa*. M. vince.

Franco Stefanini mi parla di M. e della sua tragedia e mi chiede di intervistarlo.

Io scrivo per lui da più di quattro anni. Ascolto le storie (agghiaccianti, tutte ai limiti della follia) e le persone che Franco segue, e ne scrivo. Alcune di queste vicende sono entrate in un libro pubblicato a settembre del 2016, “Niente di Meno”, ma ogni volta è una sberla in faccia.

Chiamo M. e gli chiedo di raccontarmi di sua madre. Quando chiudo la conversazione, ho le mani che tremano. La mamma morta non è la mia, ma la rabbia passa da un telefono all’altro e mi raggiunge. Mi colpisce, mi pugnala. Le parole di M. mi girano in testa a lungo prima che io possa scriverne. “amarezza” “sconfitta” “carne da macello”.

Raccontiamo queste vicende perché possano essere utili a chi ne ha vissute di simili, o le sta vivendo, sapendo già, ancora prima di pubblicarle, che daranno fastidio a qualcuno, che qualche medico o infermiere, o primario, ci scriverà e ci insulterà. Noi - come sempre - risponderemo cercando di spiegare, invitando a leggere, pur essendo ormai quasi certi di come solo chi vuole leggere, lo farà sul serio. Gli altri, quelli che si sentono attaccati dalla sineddoche (la parte per il tutto e viceversa), continueranno a chiamarci sciacalli.

*Nota. Il tutto si è definito stragiudizialmente grazie al metodo di Coroca così come pure alla disponibilità dell’usl di competenza della Regione Toscana ad ascoltare e a fare le dovute verifiche. Ci teniamo a specificarlo perché in certe Regioni, non c’è quasi possibilità di ottenere ascolto e senza ascolto non si va mai da nessuna parte.


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