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Errori in ospedale: Roma e Vicenza

Updated: Feb 5, 2019




Un presunto caso di malasanità è nelle pagine di cronaca cittadina in queste ore a Roma.

La procura della Capitale ha infatti aperto un fascicolo per accertare le cause della morte di Giuseppe Esposito, il ventenne morto al policlinico Umberto I il 17 maggio scorso, mentre era ricoverato in attesa di un trapianto.

Come riportato dal quotidiano "Il Tempo", il PM ha disposto l'autopsia e il sequestro del macchinario dove era attaccato il giovane, oltre che al suo cellulare e alla cartella clinica.

Secondo quanto riportato dai familiari, dopo che i sanitari hanno effettuato una tracheotomia al ragazzo - malato di fibrosi cistica e in attesa del trapianto - a partire dalla sera di domenica 13 maggio le sue condizioni sono cominciate a peggiorare.

Fino a precipitare la notte del 16 dello stesso mese. Poco prima di morire, il ragazzo avrebbe inviato un messaggio alla madre chiedendo di denunciare tutti, “perché lo stavano uccidendo”.

«Denuncia l’ospedale. Denuncia». Sono le ultime parole scritte da Giuseppe Esposito.

Il ragazzo aveva infatti inteso che i suoi problemi erano dovuti a un macchinario a cui era collegato, l'Ecmo, che serve per abbassare il livello di anidride carbonica nel sangue.

Alla macchina, secondo quanto riportato dai giornali, andava sostituito il filtro.

Alla vicenda di Giuseppe, su cui farà chiarezza la magistratura, si lega quella di Elisa Bedin, anche lei giovane ventinovenne malata di fibrosi cistica, e morta "per errore", dopo che le era stato trapiantato un polmone infetto. E' quello che oggi denunciano i familiari della ragazza, morta nel 2012 dopo una lunga agonia a causa del trapianto andato male.

"Trapianto di polmone infetto: il calvario di Elisa, morta di fibrosi cistica a 29 anni"

La battaglia condotta dai genitori della giovane donna dopo la sua morte, si è conclusa con un risarcimento da parte dell'ospedale che ha seguito il trapianto.

Il Giornale di Vicenza ricostruisce l'intera vicenda, conclusasi con la morte di Elisa "a causa di un errore in sala operatoria”: secondo quanto emerso dalle indagini, infatti, uno dei polmoni sarebbe provenuto da una donatrice in fase terminale, compatibile con il suo fisico ma “ricoperto di sostanza purulenta”, che nel corpo della ventinovenne avrebbe causato l'infezione fulminea che ha poi contribuito alla sua morte. La vicenda oggi si è chiusa con un risarcimento da parte dell'ospedale, ma l'accertamento della verità è stato - come in ogni caso che riguardi malasanità - un percorso ad ostacoli.

Solo grazie all'intervento di un pool di medici, legali e avvocati che hanno dibattuto per sei anni il caso per conto della famiglia Bedin, si è potuti arrivare alla dimostrazione degli errori medici. E solo per ottenere un risarcimento, che non è mai giustizia.

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