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Medico: se ti fidi di lui, la fiducia può curarti

Aggiornato il: 5 feb 2019


Parliamo di fiducia nel medico, oggi, di quella che nutriamo (o nutrivamo) nei dottori e che molti hanno perso o mettono in dubbio dopo gli errori di cui tutti siamo purtroppo consapevoli.

Quella fiducia non era il frutto di una scelta consapevole, ma era scontata: chiedere una consulenza al medico significava non mettere mai in discussione le sue parole o il suo operato.

Questo ieri, qualche anno fa, fino a che giornali e Tv non hanno iniziato a farci vedere l'intero sistema sanitario con un altro occhio, più cosciente, forse, ma certamente anche più critico a priori.

  • Perché in ospedale ci lavorano esseri umani e gli esseri umani sbagliano.

  • Perché quando sbagliano, è difficile dimostrarlo.

  • Perché quando la paura cresce, la fiducia se ne va.


Oggi, con sempre meno soldi in tasca, le persone non sono più così libere di “scegliere” e la guerra fra sanità pubblica e privata si fa col ribasso dei prezzi (e dei tempi; non quelli d’attesa, ma quelli da dedicare al paziente).


Una ricerca portata avanti da un trio americano di professionisti nel campo della psicologia cognitiva, ci dice che il medico migliore è quello di cui il paziente riesce a fidarsi.


Lo studio completo è stato pubblicato sul Journal of Pain ed è consultabile anche online (è lo studio 525 all’interno di questo documento).

Lo studio di Steven Anderson (University of Miami), Tor Wager, (Istituto di Scienze Cognitive alla University of Colorado) ed Elizabeth Losin (College of Arts and Sciences, Miami) ha evidenziato come, nel momento in cui si riesce a creare un legame tra medico e paziente basato sulla fiducia, la sofferenza fisica tende a diminuire grazie al rilascio da parte dell’organismo di sostanze antidolorifiche.


Al fianco della parola “fiducia” c’è la parola “speranza”: la speranza, da parte dei pazienti, di aver finalmente trovato la persona giusta, quella in grado di risolvere quei disturbi e quelle malattie croniche che annichiliscono la voglia di vivere.

Quando la speranza cresce, proprio grazie alla fiducia, ovvero quando il cervello intuisce che forse è davvero arrivato il momento della salvezza, rilascia quelle sostanze chimiche che portano il dolore a diminuire.

Non è soltanto il dolore mentale a diminuire, quello emotivo, collegato alla malattia, ma anche quello prettamente fisico.

Un miracolo?

No.

Un segno che l’amore può ancora fare qualcosa di “miracoloso”? Forse sì.

A maggior ragione, gli errori medici e una gestione sbagliata dei rapporti con il proprio paziente – ad esempio il medico che dedica al paziente gli stessi X minuti che ha dedicato a quello precedente, o quello che non accetta di (dover) cambiare idea; nonostante sia il medico stesso consapevole, specie se giovane, che la sua esperienza dipenderà in gran parte dai suoi sbagli, o da quelli appena sfiorati – portano le persone ad allontanarsi da quel clima di fiducia che, come abbiamo visto, può a buon diritto definirsi una “terapia”.

Palliativa, certo.

In ogni caso un modo per diminuire quell’odioso mostro che è il dolore, la sofferenza che porta alle lacrime (quelle vere, o quelle che non si vedono, che si sciolgono dentro).


Ecco perché qualità come l’umiltà, la dedizione e l’humana pietas, non sono soltanto orpelli da mettere in mostra per trionfare al mercato dei pazienti.

Sono le basi per un’altra vittoria, quella che il medico e il paziente devono e possono raggiungere insieme.

#fiducianelmedico #fidarsideldottore

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