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  • Franco Stefanini

Ospedale: troppo poco tempo per lavorare bene

Aggiornato il: 5 feb 2019



Parliamo di tempo e di ospedali: di quello che servirebbe davvero al personale sanitario per evitare se non tutti almeno buona parte degli errori.

“Mi riposerò solo quando sarò morto” cantava Bon Jovi in “I'll Sleep When I'm Dead”, una delle sue canzoni più popolari. Una vita al massimo espressa dall’artista. Un cantante rock, appunto, che poteva permettersi di non riposare.

Ma voi vi fareste operare da Bon Jovi alla fine di un suo tour estenuante?

Siamo quasi tutti consapevoli dei turni estenuanti di medici e infermieri. Si parla anche di turno di x ore per un chirurgo e di y ore per un infermiere fino ad arrivare ai cosiddetti “turni illegali”.

Uno studio di JAMA* (Journal of the American Medical Association) all’interno di un’azienda ospedaliera e pubblicato all’inizio del mese, mette in luce alcuni aspetti del gravoso problema degli errori medici che, forse, non ci saremmo aspettati.

A ogni medico dell'ospedale sotto osservazione è stato affiancato un ulteriore elemento umano (un altro medico) con lo scopo di valutare l’incidenza di un supporto del genere sul numero di errori medici.

Il risultato non ha – ahinoi – evidenziato alcun miglioramento degno di nota in tal senso. In più, i medici sono apparsi a disagio e non sempre hanno espresso le loro considerazioni ad alta voce.

Non è dunque il personale di “affiancamento” a mancare, non è questo che può fare la differenza in un drastico calo degli errori medici.


Quello che davvero manca in ospedale è il tempo

Un altro studio, o meglio un sondaggio, i cui risultati sono stati pubblicati il mese scorso, ha riguardato invece il fondamentale corpo infermieristico.

Anche gli infermieri sbagliano, perché come chiunque altro anche loro sono esseri umani; tendenzialmente, però, gli errori degli infermieri non raggiungono la pericolosità di quelli di un chirurgo. Ma possono comunque risultare gravi, se non addirittura letali.

Il sondaggio è stato condotto da Anderson Robbins Research su un campione casuale tra i 100.000 infermieri registrati al Massachusetts Board of Registration.

Il primo dato, nonché il più alto, rischia di essere anche il più scioccante e, forse, persino prevedibile: il 90% degli infermieri affermano di non avere abbastanza tempo per prestare le cure necessarie e nel migliore dei modi ai pazienti.

E qua bisogna considerare il fatto che, come molti sapranno, a un singolo infermiere vengono assegnati diversi pazienti. A volte tanti. A volte, forse, troppi.

Molti di questi infermieri hanno commesso errori (ad es. sbagliando dosaggio di un farmaco; cose che, a volte, non risultano né fatali né realmente dannosi, ma che in alcune circostanze potrebbero comunque risultare letali per un paziente). In generale, la maggior parte degli infermieri intervistati pensa che un “set” diverso, con turni differenti e più “umani”, possa migliorare e di molto la qualità della vita dei pazienti in ospedale.

Ora proviamo a immaginare se l’esperimento di JAMA avesse avuto come oggetto l’infermiere e non il medico. Il risultato probabilmente sarebbe stato lo stesso: non c’è bisogno di supervisionare, ma di partecipazione. Servono altri infermieri e altri medici, così da permettere a entrambe le categorie lavorative (due di quelle che hanno in mano, insieme alla fortuna, le vite di chiunque, anche le nostre) di svolgere turni fisicamente e soprattutto mentalmente sostenibili.

Il rischio, per molti, è quello di perdere il posto. Alcuni infermieri hanno già provato a ribellarsi, anche in Italia, ma senza esiti positivi. Qualche caso è anche salito ai disonori della cronaca.

Eppure, un “aiuto” da parte della legislazione è arrivato. Con la legge 161/2014, i medici potranno contare, tra le altre cose, su un minimo di 11 ore di riposo giornaliero (consecutivo) e non potranno lavorare per più di 48 ore alla settimana, straordinari inclusi.

Una legge approvata “d’emergenza”, non tanto per soccorrere la sanità e le vite in difficoltà che essa racchiude, quanto per non ricevere “penitenze” da parte dell’Unione Europea, poiché ancora non ci eravamo adeguati a degli standard di buon senso. Ora, il problema in Italia è il solito: l’applicazione della legge.

Quando un giovane medico spagnolo fotografò i suoi colleghi del pronto soccorso mostrando le loro facce “prima” e “dopo” un turno massacrante di 24 ore consecutive, abbiamo potuto ammirare i volti di un sacrificio che, al di là dell’aspetto romantico, può costare carissimo ai pazienti ma anche ai medici.

In chiusura, mi viene in mente un vecchio detto che sento il bisogno di parafrasare per rendere meglio il concetto espresso in questo articolo (e portato avanti dalla mia attività a salvaguardia dei paziente e contro gli errori medici), un detto che qui e ora suonerebbe così:

“Quanti medici ci vogliono per cambiare una lampadina? Ne basta uno. Ma deve essere fisicamente e mentalmente in grado di non rompere la lampadina”.

Perché non è di una lampadina a led del valore di due euro e cinquanta che stiamo parlando. Ma di una vita umana.

FONTE

* http://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2682517

#troppopocotempoinospedale

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