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Farmaci salvavita: servono sul serio?

Aggiornato il: 5 feb 2019



Un tema come quello dei malati terminali merita di essere trattato con delicatezza. Non per questo, però, si possono chiudere gli occhi di fronte ad alcune gravi lacune e a certi “errori” che vengono commessi in ambito sanitario e farmaceutico.

Partiamo da un articolo pubblicato sul BMJ (British Medical Journal) da un endocrinologo molto stimato: Peter Wise.

La critica di Wise si rivolge in particolare a quella parte del mondo accademico e ospedaliero (ma non solo) che si occupa di curare una delle più temibili patologie dei nostri tempi: il cancro.

Wise parla di molte cose, fra cui la chemioterapia, ancora ampiamente utilizzata nonostante gli scarsissimi miglioramenti in termini di efficienza che la suddetta terapia ha compiuto negli ultimi decenni (anche considerando la velocità con cui la medicina progredisce in genere).

Idem per i “farmaci salvavita”: costosissimi (e dunque “per pochi”, una cura d’élite che non ammette alcuna giustizia di fronte al male, neppure se a poterlo annientare siamo noi uomini) e capaci di allungare la vita di un paziente affetto da un tumore il cui decorso è molto lungo, solo di “qualche mese”. Certo, se parliamo di mesi, forse può valere la pena vivere per gli affetti e per quelle passioni che la malattia ancora non ci impedisce di coltivare.

Ma nella sua ricerca, Wise spiega che i pazienti sono anche profondamente “ignoranti” – nel senso che non sono coscienti delle informazioni ricevute, forse perché confusionarie – a proposito di cure e costi; di benefici e danni; non sono insomma in grado di fare un bilancio tra i pro e i contro e di decidere liberamente. E con una malattia terminale che ti divora dall’interno, mi permetto di presumere che la speranza e l’illusioni sarebbero facili appigli per chiunque, anche per me.

Il problema relativo ai farmaci nasce, fondamentalmente, da scelte di mercato: le aziende farmaceutiche (tra l’altro quotate in borsa) seguono le basilari regole di mercato per non rischiare. I farmaci “nuovi” sono molto spesso farmaci “vecchi” modificati in maniera minima, con miglioramenti quasi nulli e, come al solito, i prezzi restano altissimi: i cosiddetti farmaci di “alta fascia”.

Un’ingiustizia “di mercato” che ci appare ancora più crudele se pensiamo ai dati che l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), un’istituzione pubblica, segnala da anni a proposito di una carenza di farmaci in Italia (più di 1500) di cui un terzo non è neppure sostituibile con altri prodotti; con la conseguenza, per i malati, di dover rinviare o modificare (laddove ciò è possibile) una terapia.

Ma perché questo?

Perché esportare quegli stessi farmaci in altri paesi d’Europa, è più “conveniente”.

In un mondo che è ormai diventato egli stesso un gigantesco “mercato”, la salute dovrebbe restare in disparte e la medicina, anche se impossibilitata a ignorare completamente gli aspetti finanziari, dovrebbe aprirsi di più e lasciare che sia lo spirito creativo dell’essere umano – e non mere e banali leggi di mercato antiche quanto Mosè – a stabilire il prezzo di una vita.

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